Violenza contro le donne: problema di serie B

di Sara Gini – Presidente Telefono Rosa Verona

I casi di femminicidio occupano la cronaca pressoché quotidiana; le donne e i loro figli, continuano a subire violenza e maltrattamento dai partners e ad essere perseguitate dagli ex partners che non accettano l’abbandono e agiscono da stalkers ma il nostro Parlamento interviene per eliminare l’obbligatorietà dell’arresto e della detenzione in carcere o a domicilio anche per gli autori di maltrattamento familiare e stalking (decreto legge 26 giugno 2014 n.92).

Il divieto di qualsiasi forma di detenzione si applica in tutti quei casi in cui la pena detentiva applicabile non superi i 3 anni ed è esteso anche ai casi di recidiva (ovvero ai casi più pericolosi per le donne e i loro figli).

L’obbligo di custodia cautelare in flagranza di reato (ovvero quando il maltrattante o lo stalker viene colto sul fatto) era stato introdotto solo l’anno scorso dal Governo Letta, con il discusso decreto sicurezza n. 93 del 14.08.2013, c.d. contro il femminicidio, che aveva provocato forti critiche anche da parte delle operatrici dei centri antiviolenza.

La grave conseguenza di non poter contare su di un obbligo di arresto in flagranza di maltrattamento o stalking è che viene vanificata la possibilità di poter intervenire nel momento del maggior pericolo e dell’emergenza, quando è fondamentale mettere in sicurezza la donna e i suoi figli e figlie, allontanando l’aggressore e rendendolo inoffensivo.

E’ pur vero che il danno dovuto all’abrogazione di cui sopra è stato limitato con l’intervento del Governo del 2 luglio scorso, con il quale si corregge l’operato del Parlamento introducendo la possibilità per il giudice di valutare, caso per caso, l’opportunità di prevedere gli arresti domiciliari anche per reati che possono prevedere una pena inferiore ai 3 anni (tra cui atti persecutori e maltrattamento) ma l’impressione che la violenza contro le donne non sia un problema tenuto nella dovuta considerazione dai nostri governanti rimane.

La sensazione è fondata se si pensa che il Governo Renzi non si è preoccupato di nominare una Ministra o Ministro per le Pari Opportunità o un sottosegretario con delega che possa essere di riferimento per i centri antiviolenza e le case rifugio che da decenni lavorano alacremente a favore delle donne, costringendo Telefono Rosa ad inviare al Primo Ministro una lettera di sollecito.

Ulteriore elemento di grave disinteresse per il problema VIOLENZA CONTRO LE DONNE è rappresentato dalla spaventosa scarsità dei fondi che la Convenzione Stato Regioni ha deciso di stanziare per il finanziamento regionale dei centri antiviolenza e delle case rifugio (pochissime rispetto alle raccomandazioni europee visto ce ne sono 500 e dovrebbero essercene 4700). 

Per la regione Veneto, la deliberazione 67/CR del 10 giugno 2014 in merito “alla definizione dei criteri, delle priorità e delle modalità per la concessione dei contributi diretti a finanziare le attività e le strutture di cui alla L.R. 23/4/2013 N. 5 per l’anno 2014″, ha addirittura dimezzato i fondi già esigui  messi a disposizione lo scorso anno ai Centri Antiviolenza e alle Case per donne vittime di violenza. 

Il disinteresse che il Consiglio Regionale dimostra, contrasta con l’impegno assunto con la recente approvazione della Legge Regionale n. 5 del 2013 e mette in seria difficoltà le realtà del privato sociale che da decenni anni operano a colmare un assenza di servizi essenziali per la tutela di diritti fondamentali. 

Il Coordinamento Veneto dei Centri Antiviolenza si è già mobilitato per richiedere alla Regione Vento maggiore attenzione e considerazione.